Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale applicata alla creatività, pochi temi riescono a polarizzare l’opinione pubblica quanto il suo utilizzo nei processi artistici. Eppure, al di là delle discussioni teoriche, esistono già progetti concreti che stanno ridefinendo il perimetro di ciò che consideriamo “creazione”. Codex Mortis è uno di questi casi: un videogioco che dichiara apertamente di essere stato concepito, sviluppato e rifinito interamente attraverso sistemi di intelligenza artificiale. Nessun team tradizionale, nessuna divisione tra programmatori, artisti e sound designer, ma un ecosistema di modelli generativi orchestrati da una visione umana che ha scelto di sperimentare fino in fondo le potenzialità dell’AI.
Il progetto nasce dall’iniziativa individuale di Grolaf, noto online come Crunchfest, che ha impostato l’intero sviluppo come un esperimento temporaneo per comprendere fin dove fosse possibile spingersi affidando all’AI compiti storicamente riservati a competenze altamente specializzate. Quello che doveva essere un test si è trasformato, nel giro di pochi mesi, in un prodotto completo e pubblicato su Steam, dimostrando che la distanza tra prototipo e mercato si è drasticamente ridotta quando l’intelligenza artificiale viene integrata come vero e proprio motore creativo e produttivo.
La scelta tecnologica alla base di Codex Mortis è particolarmente significativa perché rompe con le consuetudini dell’industria. Anziché affidarsi ai grandi motori di sviluppo standardizzati, il progetto è stato costruito attraverso un approccio più leggero e flessibile, guidato quasi interamente dal dialogo con sistemi di AI generativa. Questo metodo, definito dallo stesso autore come “vibe-coding”, non si basa sulla scrittura manuale e lineare del codice, ma su un’interazione continua in cui l’intenzione creativa viene tradotta in istruzioni operative dall’AI. In questo contesto, strumenti come quelli sviluppati da Anthropic diventano partner progettuali, capaci di organizzare, correggere e ottimizzare la struttura tecnica a partire da indicazioni concettuali, più che da specifiche rigidamente ingegneristiche.
Dal punto di vista ludico, Codex Mortis si inserisce in un filone ormai riconoscibile, vicino a esperienze come Vampire Survivors, ma lo fa reinterpretandone i presupposti con una coerenza estetica e tematica sorprendente. L’universo narrativo è dominato da un immaginario oscuro, in cui la morte non rappresenta una sconfitta ma una risorsa strategica. Il giocatore è chiamato a costruire combinazioni di poteri, evocare entità e orchestrare il caos attraverso sistemi che emergono dalla sperimentazione più che da un design rigidamente predefinito. È un approccio che riflette perfettamente la natura del progetto: un sistema che cresce per iterazioni, guidato da feedback continui tra visione umana e capacità computazionale.
Anche sul piano visivo il gioco offre spunti interessanti. Uno dei limiti più discussi dell’AI generativa riguarda la coerenza stilistica e la gestione delle animazioni. In Codex Mortis, questi vincoli non vengono negati ma reinterpretati, trasformandoli in scelte di stile. Attraverso un uso intelligente di effetti visivi e soluzioni grafiche minimali, l’esperienza assume un’identità riconoscibile, dimostrando come l’intelligenza artificiale non debba necessariamente imitare il realismo umano, ma possa invece suggerire nuove estetiche, più astratte e simboliche.
La reazione del pubblico non si è fatta attendere e ha seguito dinamiche ormai familiari. Accanto all’entusiasmo per una tecnologia che promette di democratizzare l’accesso allo sviluppo creativo, emergono timori legati alla sostituzione del lavoro umano e alla perdita di autenticità artistica. Tuttavia, osservando il progetto con uno sguardo più ampio, appare evidente che l’AI non agisce in autonomia, ma amplifica la capacità di chi la utilizza. Codex Mortis non è il risultato di un algoritmo che “crea da solo”, bensì di una regia umana che ha scelto di spostare il proprio ruolo dalla produzione manuale alla direzione creativa.
È proprio in questa prospettiva che, come isek.AI Lab, leggiamo esperimenti di questo tipo. L’intelligenza artificiale non rappresenta la fine della creatività, ma una sua trasformazione profonda. I servizi, i flussi di lavoro e le competenze stanno evolvendo verso modelli in cui l’ideazione, la strategia e la capacità di dare senso diventano centrali, mentre l’AI si occupa di rendere scalabile e accessibile ciò che prima richiedeva risorse fuori portata per molti. Codex Mortis segna un precedente importante perché dimostra che il valore non risiede nello strumento, ma nella visione che lo guida.
Che venga ricordato come l’inizio di una nuova fase dell’industria o come un esperimento isolato, il suo impatto è già evidente. Ha reso tangibile una possibilità che fino a poco tempo fa era solo ipotizzata: quella di un ecosistema creativo in cui l’intelligenza artificiale diventa un alleato strutturale, capace di aprire spazi inediti all’espressione, all’innovazione e alla sperimentazione. Ed è proprio in questi spazi che si giocherà il futuro della creatività digitale.



