Come l’AI sta Trasformando la Scena Lo-Fi: Un Paradiso Contaminato?

Come l’AI sta Trasformando la Scena Lo-Fi: Un Paradiso Contaminato?

Nel cuore degli anni 2010, per un’intera generazione cresciuta a pane, Minecraft e YouTube, i lo-fi beats hanno rappresentato molto più di un semplice sottofondo musicale: erano una vera e propria “pulizia del cervello”. Quelle sonorità morbide, con batterie che sfrigolavano come padelle sul fuoco e trombe malinconiche che si muovevano leggere su paesaggi sonori ovattati, accompagnavano le ore passate a studiare, leggere, sognare. Bastava aprire YouTube e immergersi in quei mix dai titoli evocativi e dai video di sfondo rassicuranti — una ragazza che studia mentre fuori piove, una stanza illuminata da luci soffuse — per sentirsi parte di una bolla di calma e calore.

Ma oggi, a dieci anni di distanza, quello che era un rifugio intimo sembra essersi trasformato in un “cimitero digitale”, popolato da beats senz’anima prodotti dall’intelligenza artificiale. Basta digitare “lo-fi beats” su YouTube per trovarsi sommersi da ore e ore di musica creata in serie, caricata su canali dai nomi e dalle immagini kawaii tutti uguali. I commenti, sotto quei video che collezionano milioni di visualizzazioni, sembrano scritti in copia-incolla: frasi motivazionali sospette, profili anonimi che parlano di “sbloccare il vero potenziale”, messaggi standardizzati come “Voglio solo che tu sia felice e amato”. Per molti, è diventata la colonna sonora perfetta della cosiddetta “teoria dell’internet morto”, dove dietro schermi e account si muovono sempre più spesso agenti automatizzati invece che persone reali.

Questa invasione ha gettato nel panico gli appassionati storici e, soprattutto, gli artisti che hanno dedicato anni alla creazione di lo-fi beats autentici. Su Reddit, nei forum dedicati al genere, molti raccontano di come la scena sia stata “spazzata via” e abbia perso la sua anima. Alcuni artisti parlano di opportunità svanite, di playlist inondate da brani sospetti e persino della necessità di abbandonare del tutto la carriera musicale. Altri vivono nella paranoia quotidiana di non riuscire più a distinguere il vero dal falso.

Mia Eden, 23 anni, di Manchester, è una delle voci più accese contro l’uso invasivo dell’AI. Conosciuta online come Rosia! e fondatrice del canale Lofi Louis, Eden tiene a sottolineare che i suoi mix sono “fatti da persone reali, senza AI”. Ha iniziato nel 2021, ispirata da giganti come Lofi Girl, immergendosi in una comunità underground fatta di scambi genuini, podcast di nicchia, collaborazioni, compilation collettive. Un tempo guadagnava tra i 500 e i 1.500 dollari al mese grazie alle playlist editoriali delle piattaforme di streaming. Ora, racconta, quegli introiti si sono praticamente azzerati. Le playlist lo-fi di Spotify sono dominate da profili privi di identità, senza descrizioni, spesso mascherati dietro copertine e suoni generati artificialmente. “Prima potevi riconoscere un artista, seguirlo su Instagram, parlarci su Discord,” dice Eden. “Adesso è tutto così anonimo: potrebbe essere un produttore timido, oppure un algoritmo. Non sai più cosa stai ascoltando.”

Anche Alex Reade, 32 anni, alias Project AER, ha vissuto sulla propria pelle il crollo di ascolti: da due milioni di ascoltatori mensili a poco più di 400mila. “Il genere non è mai stato così poco invitante,” confessa. “È come una palude di beats scialbi, derivativi, pura brodaglia AI. C’è ansia, c’è stress, e mi sto guardando intorno per capire come vivere senza dipendere più dal lo-fi.”

Per capire perché il lo-fi beats sia stato così vulnerabile all’invasione dell’AI, bisogna partire dalle sue radici. Il genere affonda nel jazz-hop di pionieri come J Dilla e Nujabes, ma la sua fortuna online è esplosa come risposta all’iper-produzione hi-fi degli anni 2010. Nonostante il nome (“lo-fi” sta per low fidelity), non è solo una questione di bassa qualità sonora, ma di estetica: suoni sfilacciati, ruvidi, che trasmettono un’intimità imperfetta, come un vinile un po’ graffiato che continua a girare.

A metà anni 2010, grazie a canali come Lofi Girl, la scena ha trovato la sua formula definitiva: “lo-fi beats to study to”, un’etichetta che ha reso riconoscibili ore di musica strumentale chill, jazzata, malinconica. E proprio qui l’AI ha trovato terreno fertile. L’assenza di voci — elemento che più facilmente svela la mano artificiale —, l’ascolto disinteressato tipico delle vibe music, la fascinazione per le visual fantasy alla Studio Ghibli che i generatori possono replicare senza sforzo: tutto ha reso il genere un bersaglio perfetto.

Dreamwave, 26 anni, di Washington, è uno dei curatori storici del lo-fi e gestisce un vasto archivio su YouTube. Non ha mai utilizzato l’AI nei suoi video, che cura personalmente in ogni dettaglio: dalla selezione dei brani ai permessi degli artisti, dalla costruzione del mix alla grafica. “Mi ci vuole un mese per creare un mix di tre ore,” racconta. “Invece chi usa l’AI può inventarsi una progressione di accordi a caso, trasformarla in un brano ambient e caricarla. Puoi produrre compilation di tre ore al giorno. È devastante vedere milioni di visualizzazioni andare a queste cose fatte in serie.”

Berkkan B., manager di Lofi Records, l’etichetta dietro Lofi Girl, conferma la preoccupazione: “La sovrasaturazione è reale. Se le piattaforme non regolamentano, il rischio è che la visibilità degli artisti veri venga diluita a zero. L’AI può essere uno strumento potente, certo, ma sul nostro canale tutto viene ancora da compositori e designer umani.”

Dall’altro lato, c’è chi l’AI la usa senza remore. Un creator anonimo, gestore di quattro canali (musica jazz, meditazione, suoni della pioggia, Lofi Tone Art), ha raccontato di affidarsi a ChatGPT per le descrizioni e a software come Udio o Suno per la musica. “Sì, l’AI ha un alto tasso di errore,” ammette, “ma come strumento di supporto è utilissima. Ascolto le tracce più e più volte, per assicurarmi che l’atmosfera regga.”

Ma al di là del dibattito tecnico, ciò che sembra davvero in gioco è il valore della connessione umana. I detrattori liquidano il lo-fi come musica “mercenaria”, progettata per agganciare “sad bois senza gusto”. Ma per chi l’ha vissuta, per chi l’ha amata, è una madeleine musicale, un piccolo frammento di nostalgia che accompagna le montagne russe emotive dell’adolescenza. Per Dreamwave, ogni upload è un ricordo personale. Per Reade, brani come “Space Cadet” di Philanthrope e Sleepy Fish sono pezzi da ascoltare in loop per sempre. Eden parla di un quartiere virtuale, fatto di compilation per supportare le beatmaker donne, di amicizie nate online e approdate nel mondo reale. “Molti dei commenti sotto i miei video,” dice Dreamwave, “sono persone che dicono: ‘Ricordo quando ascoltavo questa canzone con la mia ex sette anni fa. Volevo solo dirlo.’ Questo non lo trovi in un video generato dall’AI.”

Oggi molti artisti combattono a denti stretti: scrivono invettive contro l’AI, commissionano artwork a illustratori minacciati dall’automazione, si chiedono come sarà il lo-fi tra qualche anno. Ma in fondo, in quella lotta c’è una tenacia che ha il sapore di una piccola epopea, come David contro il Gol-AI-ath. Forse, proprio man mano che l’intelligenza artificiale imparerà a replicare anche altri generi musicali, crescerà la voglia di realtà, di autenticità, di imperfezione umana. Il tocco umano potrebbe diventare una qualità “boutique”, un lusso da riscoprire, come il latte crudo al mercato contadino.

“Quando le cose vanno male, nel lo-fi come nel mondo,” dice Reade, “è facile cadere nel nichilismo. Chiedersi: perché farlo, se tutto sembra inutile? Ma alla fine lo fai per te stesso. E questa è la cosa più importante dell’arte e della musica.”

Resta allora una domanda aperta, sospesa nell’aria come una nota sfumata: l’autenticità potrà davvero resistere all’onda dell’AI? Una sfida che riguarda il lo-fi, certo, ma che forse parla di tutti noi.

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