Avete presente quella fastidiosa abitudine dei boss della Silicon Valley di tirare fuori citazioni latine e imperatori romani come se fossero i loro BFF del liceo? No, non è un caso isolato, né un lapsus freudiano dopo l’ennesimo bicchiere di Kombucha. È una vera e propria epidemia di “Romanità Nerd” che sta contagiando i giganti della tecnologia, e a noi, onesti divulgatori della cultura pop, tocca pure sviscerarla. Dal “saluto alla romanità” di Elon Musk (che per molti sembrava più un’altra cosa, ma shhh, non ditelo) alle magliette con massime di Augusto di Mark Zuckerberg, l’antichità classica è la nuova ossessione di questi autoproclamati “nuovi imperatori digitali”. Ma cosa diavolo c’è sotto questa fissa per gente morta duemila anni fa, che probabilmente avrebbe trovato i loro jet privati un’inutile ostentazione di ricchezza?
E non pensate che sia roba da poco, tipo la citazione fuori contesto di un aforisma da Baci Perugina. Qui si fa sul serio. Prendete il nostro caro Elon: pare che pensi all’Impero Romano ogni singolo giorno. Ogni giorno! Non al bucato, non a pagare le bollette, non a rispondere a quel messaggio su WhatsApp, ma all’Impero Romano. Poi cita Silla come modello di leadership (sì, quel Silla lì, il dittatore spietato, proprio un modello per i nostri tempi democratici!) e consiglia la lettura del “De bello gallico” di Cesare. Immaginate i board meeting di Tesla, con Musk che declama passi del “De bello gallico” mentre i suoi ingegneri si chiedono se i razzi spaziali debbano avere catapulte incorporate.
Poi c’è Mark Zuckerberg, che è ossessionato da Augusto. Ormai lo sanno pure i sassi. Ai suoi keynote, invece di un sobrio completo, sfoggia magliette con citazioni latine e, udite udite, un taglio di capelli “alla Tiberio”. Chissà se ha anche il barbiere personale che gli studia i busti antichi per replicare fedelmente la riga. E vogliamo parlare di Jeff Bezos? Il suo yacht da mezzo miliardo di dollari è stato definito “degno di Caligola”. Caligola! Quello famoso per la megalomania e per aver nominato il suo cavallo senatore! E poi, ciliegina sulla torta, Bezos chiama i suoi progetti più “controversi” con nomi epici, tipo “Iliad”. Immaginate il team che lancia un nuovo algoritmo per ottimizzare le consegne di un pacco: “Ah, il nostro Progetto Iliade è pronto!”. Un po’ come chiamare la spesa al supermercato “La Divina Commedia”.
Ma il vero capolavoro di questa commedia degli equivoci è stata la mai avvenuta sfida gladiatoria tra Musk e Zuckerberg nel Colosseo di Roma. Nel Colosseo VERO, non quello di Las Vegas, sia mai che questi titani della tecnologia debbano accontentarsi di un’imitazione! Un’immagine surreale, perfetta metafora di come questi “nuovi Cesari” (un’espressione che a loro piace molto, molto di più del proletario “technobro”) amino mettersi in mostra, quasi a voler dimostrare che il loro potere è antico come l’Impero. Usano simboli e citazioni romane per imbastire una narrazione di continuità storica, una sorta di “legittimazione divina” per il loro ruolo di “imperatori” dell’era digitale. In pratica, ci stanno dicendo: “Abbiamo così tanti soldi e potere che siamo praticamente l’equivalente moderno di Vespasiano, quindi zitti e continuate a comprare i nostri prodotti.”
Marco Aurelio, Stoico per Diletto (e Profitti): La Filosofia come Self-Help Aziendale
Ora, passiamo al capitolo “I Giganti del Tech e la Filosofia Antica: La Grande Incomprensione”. Prendi Marco Aurelio: i nostri eroi lo leggono, ovviamente sul loro Kindle, e ovviamente in inglese, perché si sa, gli imperatori romani scrivevano in inglese, specialmente quelli che usavano il greco antico per le loro “Meditazioni”. La frase celebre: “Quello che porta turbamento all’uomo non sono i fatti in sé, ma le opinioni sui fatti”. Una perla di saggezza sulla percezione umana.
Ma nella versione “Silicon Valley”, questa perla si trasforma magicamente in “resilienza da CEO”, la superpotenza che permette di “accettare il destino” del mercato senza farsi turbare dalle emozioni. Tradotto: se il mercato ti sta massacrando, non farti prendere dal panico, accetta la sconfitta con stoica rassegnazione (ma continua a twittare che è tutta colpa degli altri). E se i traditori del consiglio d’amministrazione ti pugnalano alle spalle, come Bruto e gli altri con Cesare (qui si parla di coltellate vere, non metaforiche, eh!), tu amali, perché la “resilienza da CEO” impone di trasformare una filosofia complessa in un manuale motivazionale per manager. Praticamente, la meditazione diventa un corso di formazione aziendale con power point e caffè scadente.
Gli stoici veri, quelli che non vendevano software, predicavano la partecipazione attiva alla vita pubblica per il bene comune, non per riempirsi le tasche. Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, governava un impero ma viveva con un’austerità tale che oggi lo manderebbero in terapia intensiva psichiatrica. Credeva che la virtù stesse nel servizio alla comunità. Poi c’è Seneca, il filosofo della moderazione, che però è stato anche un super investitore e uno degli uomini più ricchi di Roma. Un piccolo, insignificante paradosso che i magnati moderni hanno prontamente risolto citandolo come scusa per il loro successo. “Vedete? Anche Seneca era ricco! Quindi non rompete le scatole con la disuguaglianza sociale!” Insomma, la filosofia stoica è stata ridotta a un Bignami per sopportare le rogne aziendali, tradendo completamente il suo spirito originale. Non è resilienza, è rassegnazione mascherata da saggezza millenaria.
La parte più comica è che Seneca stesso era consapevole di questa contraddizione, riempiendo le sue lettere di sensi di colpa per la sua ricchezza. I “nuovi stoici” della Silicon Valley? Questi non sembrano minimamente turbati da simili dubbi: usano la filosofia antica come una “verniciata” intellettuale per giustificare accumuli di denaro mai visti prima. Il distacco dalle passioni predicato dagli antichi diventa freddezza calcolatrice negli affari, l’accettazione del destino si trasforma in rassegnazione dei lavoratori alle decisioni del management. “Accetta il tuo destino, povero lavoratore sfruttato, è stoicismo puro!”
Zuckerberg e Augusto: Quando il Fondatore di Facebook Scopre il Latino (e si Sbaglia sul “Vivi Nascosto”)
Passiamo a Mark Zuckerberg, il nostro Zuckerberg. A differenza di tanti colleghi che sembrano aver scoperto la classicità su Wikipedia, lui il latino l’ha studiato davvero al liceo. E pure con ottimi voti! Si dice fosse troppo timido per le lingue moderne e così si è buttato su quelle “morte”. E pare che la sua conoscenza sia autentica (anche se il suo cinese, studiato da adulto per compiacere il mercato asiatico, ha avuto risultati piuttosto limitati, nonostante l’aiuto della moglie madrelingua. D’altronde, il Cinese non è proprio come il latino, non è che puoi improvvisare con tre citazioni).
Durante una sua visita in Italia, ha pure avuto il coraggio di dire che studiare il latino lo ha aiutato a sviluppare capacità di ragionamento e analisi. Alla faccia di tutti quelli che in Italia dicono che il liceo classico è inutile! Ora sappiamo perché non abbiamo ancora un metaverso fatto come si deve: forse ci manca il latino. Il suo interesse per la cultura classica si vede nell’ammirazione per Augusto, l’imperatore che ha portato stabilità dopo le guerre civili, anche se in modo decisamente sanguinoso. Si vede che a Mark piacciono gli “stabilizzatori” un po’ truculenti.
La sua fascinazione per il primo imperatore romano non è per niente casuale: Zuckerberg vede in lui un modello di “riformatore stabilizzatore” capace di guidare trasformazioni epocali. In pratica, si vede come il nuovo Augusto, pronto a portare “l’ordine” nel caos digitale. Quando ha annunciato Llama 3.1, ha sfoggiato una maglietta con una citazione di Augusto, sottolineando il parallelo tra intelligenza artificiale e “imperium” romano. Immaginate i prossimi keynote: Zuckerberg che arriva in toga e sandali, con un’aquila artificiale al seguito.
I simboli si sprecano: dal taglio di capelli che ricorda i busti imperiali (un parrucchiere specializzato in imperatori, probabilmente) all’uso strategico di riferimenti latini nelle presentazioni dei nuovi prodotti. Ma c’è un colpo di scena degno di un B-movie: Zuckerberg non ama tanto gli stoici quanto gli epicurei, l’altra grande corrente filosofica. Sì, proprio quelli che erano all’antitesi di Marco Aurelio e Seneca. Cicerone stesso, nelle sue lettere all’amico Attico, discuteva spesso il contrasto tra queste due visioni, una utile per la vita pubblica e l’altra totalmente opposta.
Quindi, se quella di Zuckerberg è un’operazione di personal branding per legittimare la sua visione di leadership tecnologica, porta con sé anche una bella dose di contraddizione. Il paradosso è evidente e quasi esilarante: chi ha fondato il social network più invasivo della storia, che ha reso pubbliche le esistenze di miliardi di persone, cita filosofi che predicavano il “vivi nascosto“. Epicuro sosteneva che la felicità si raggiungeva attraverso l’atarassia, l’assenza di turbamento, evitando la vita pubblica e politica. Il suo celebre motto in greco, “làthe biōsas”, invitava a una vita riservata, lontana dai clamori del mondo. Zuckerberg ha fatto esattamente l’opposto, trasformando la vita privata di mezzo mondo in una vetrina permanente, ma dice di ispirarsi a un pensatore che considerava la privacy totale l’essenza della saggezza. Come dire: “Ho costruito una casa di vetro, ma il mio idolo era un eremita”. Curioso, no? È un po’ come un cannibale che si ispira a un vegetariano.
Il Business della Saggezza Antica: Da Sun Tzu a Seneca, Il Bignami dei Manager
Questo è quello che fanno i “leader”. Ma cosa succede con i “follower”, ovvero quelle migliaia di manager e dirigenti del mondo tech che si dannano l’anima per farsi notare su LinkedIn, costruendo un’immagine di vincenti accettando e partecipando ai “tic” e alle manie dei maschi alfa del loro mondo?
Per loro, le “Meditazioni” di Marco Aurelio e le “Lettere” di Seneca sono diventate bestseller nelle versioni ridotte per manager. Finalmente! È finita l’epoca della via del samurai o dell’arte cinese della guerra, basta metafore napoleoniche e schemi vittoriosi ricavati dallo sbarco in Normandia. In attesa di un’epoca di citazioni di spietati generali assiri, sumeri e ittiti, o di aggressivi guerrieri aztechi e maya, oggi è un libera tutti con gli antichi greci e romani. Forse un giorno arriveranno anche i saggi consigli di Gengis Khan per la gestione del personale.
Così, le librerie aziendali traboccano di manuali che promettono di trasformare chiunque in un leader stoico in dieci semplici passi. La riduzione di millenni di pensiero filosofico a slogan motivazionali da bacheca aziendale rappresenta forse il tradimento più evidente dello spirito antico. Marco Aurelio scriveva per se stesso, non per vendere corsi di leadership; Seneca rifletteva sui paradossi della ricchezza, non li celebrava come fossero il trionfo del libero mercato.
La citazione decontestualizzata diventa lo strumento preferito di questa operazione culturale. “Alzati al mattino e dì a te stesso: oggi avrò a che fare con persone indiscrete, ingrate, insolenti” viene usata per giustificare la spietatezza negli affari, ignorando che Marco Aurelio continuava invitando alla pazienza e alla comprensione. Jeff Bezos battezza “Project Iliad” i suoi progetti più controversi, evocando l’epica omerica per nobilitare operazioni di puro business. L’ironia è che l’uomo che ha distrutto il commercio tradizionale, riducendo la lettura a click e-commerce, cita l’epos della guerra come se fosse un paladino della civiltà. È un po’ come un disboscatore che cita l’Enciclica “Laudato Si’”.
Tanto per guardare i dettagli: lo yacht di Bezos, costato 500 milioni di dollari, è stato descritto dai media come “degno di Caligola“. Il paragone è involontariamente perfetto: l’imperatore romano noto per gli eccessi e la megalomania diventa termine di confronto per l’ostentazione moderna. La differenza è che Caligola non citava filosofi per giustificare le sue follie, mentre i nuovi ricchi americani trasformano ogni capriccio in missione civilizzatrice. D’altronde, come giustificare altrimenti un water d’oro massiccio?
La domanda è inevitabile, e ci tormenta come un bug in un codice legacy: cosa penserebbero davvero Seneca o Marco Aurelio di chi accumula miliardi citandoli? L’imperatore filosofo che scriveva “La ricchezza consiste non nell’avere grandi proprietà, ma nell’avere pochi desideri” difficilmente approverebbe patrimoni da 200 miliardi di dollari. Probabilmente li avrebbe considerati dei veri e propri disturbati mentali. Seneca, tormentato dai sensi di colpa per le proprie ricchezze (e lui non aveva nemmeno uno yacht da 500 milioni!), probabilmente si rivolterebbe nella tomba vedendo la sua filosofia usata per giustificare disuguaglianze senza precedenti. L’operazione culturale dei magnati tech è più marketing che vocazione filosofica, più teatro che autentica adesione a valori antichi. È un po’ come un film di serie B basato su un capolavoro letterario.
Il rischio, e questo è il punto dolente, è che questa strumentalizzazione dell’antichità legittimi posizioni anti-democratiche con l’autorità di pensatori venerati. Quando miliardari non eletti citano Platone per giustificare il loro diritto a decidere il futuro dell’umanità, la filosofia diventa complice involontaria di un nuovo autoritarismo. Marco Aurelio governava per diritto di nascita in un’epoca senza alternative democratiche; usare il suo esempio per legittimare tecnocrazie moderne è un tradimento sia della storia che della filosofia. È come dire che, siccome i Romani avevano gli acquedotti, allora è giusto che noi abbiamo i monopoli tecnologici.
L’ironia finale è che i veri filosofi antichi, con la loro insistenza su virtù, moderazione e bene comune, probabilmente manderebbero questi nuovi imperatori digitali all’inferno di Dante Alighieri, magari nel girone dei superbi, o degli avari. Ma quello, ovviamente, non lo citano mai. Perché, si sa, Dante non è ancora diventato il nuovo trend su LinkedIn.
Cosa ne pensi di questi moderni “Cesari digitali”? Sono solo dei gran fighetti con la sindrome dell’imperatore o c’è un rischio concreto per il nostro futuro? Faccelo sapere nei commenti, magari citando un filosofo che non sia già stato abusato!
L’articolo Gli “Imperatori Digitali”: Quando i Big Tech Vanno in Fissa con Roma (e Sbagliano Pure le Citazioni) proviene da CorriereNerd.it.




