Da anni il dibattito sulla salute delle piattaforme social si concentra sugli algoritmi. Si tende a pensare che siano loro, con la logica della visibilità e del profitto pubblicitario, a orientare le interazioni verso lo scontro, premiando le opinioni più estreme. Ma un recente esperimento condotto dall’Università di Amsterdam ha messo in discussione questa visione, mostrando che il problema potrebbe essere ancora più radicato, quasi inscritto nella stessa dinamica della comunicazione digitale.
Un social network senza esseri umani
I ricercatori Petter Törnberg e Maik Larooij hanno sviluppato un ambiente simulato privo di utenti reali e soprattutto privo di qualsiasi forma di algoritmo che decidesse la visibilità dei contenuti. Niente pubblicità, nessuna spinta commerciale, nessun filtro personalizzato. A popolare questo spazio sono stati introdotti 500 chatbot, ciascuno con una propria identità, una precisa collocazione politica e stili comunicativi differenziati.
La piattaforma è stata quindi messa alla prova con circa 10.000 interazioni tra “post”, commenti e condivisioni. L’obiettivo era comprendere se la tendenza alla polarizzazione fosse davvero indotta dall’infrastruttura tecnologica dei social network o se, al contrario, emergesse in modo spontaneo dalle dinamiche di relazione tra soggetti, anche quando questi soggetti non sono esseri umani ma entità artificiali programmate per simulare il comportamento umano.
La sorpresa: anche senza algoritmi, emergono le bolle
Il risultato è stato sorprendente: i chatbot hanno iniziato a comportarsi come gli utenti reali. Hanno stretto legami preferenziali con profili affini, costruendo comunità chiuse in cui le opinioni simili si rafforzavano a vicenda. È il fenomeno che conosciamo bene come “camera d’eco”: un meccanismo che favorisce l’esclusione delle voci divergenti e la radicalizzazione dei punti di vista.
Non solo. Nel corso dell’esperimento si è registrata anche una forte concentrazione di attenzione intorno a un numero ridotto di chatbot più attivi. Proprio come accade con gli influencer umani, questi soggetti virtuali hanno finito per catalizzare la conversazione, amplificando i messaggi più forti ed estremi a scapito di quelli più moderati.
Una dinamica che nasce da noi, non solo dalle piattaforme
Ciò che emerge da questo studio è un messaggio potente: la polarizzazione non è soltanto un prodotto degli algoritmi, ma una conseguenza quasi inevitabile di come costruiamo relazioni nello spazio digitale. Anche quando si elimina qualsiasi incentivo economico o strategico, le dinamiche sociali tendono a riprodurre la logica della divisione e del conflitto.
Questa consapevolezza ci porta a un punto cruciale. Non basta ripensare gli strumenti tecnologici che governano i social network, serve anche una nuova cultura digitale. Le piattaforme possono certamente ridurre i fattori che amplificano l’odio e la disinformazione, ma senza un cambiamento nel modo in cui le persone (e, di riflesso, gli agenti artificiali che ci imitano) interagiscono, il rischio di ricadere negli stessi schemi rimane altissimo.
Uno spunto per il futuro: la responsabilità condivisa
Esperimenti come questo aiutano a comprendere meglio la natura profonda delle nostre interazioni digitali e offrono spunti preziosi per aziende, istituzioni e laboratori di ricerca che lavorano sull’intelligenza artificiale. La sfida non è soltanto creare sistemi più trasparenti, ma anche immaginare modelli che favoriscano la diversità, il dialogo costruttivo e la riduzione dei meccanismi polarizzanti.
In questo senso, la visione di Isek.AI Lab si muove in una direzione chiara: esplorare come l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento non per replicare le fragilità umane, ma per aiutarci a superarle. Studiare i limiti, come accaduto in questa ricerca, è il primo passo per immaginare un uso dell’IA capace di creare ambienti digitali più sani, inclusivi e orientati al benessere collettivo.
La lezione che possiamo trarre è netta: se persino i chatbot finiscono intrappolati nelle stesse dinamiche di divisione, allora la vera sfida è culturale e sociale. Ripensare il nostro rapporto con le tecnologie significa, in ultima analisi, ripensare il nostro modo di stare insieme, online come offline.


